✨ Romana, borgo rurale e archeologico del Villanova

Un piccolo paese raccolto, immerso tra colline basaltiche e vallate verdeggianti, nel cuore del Meilogu. Romana è uno dei borghi che fanno parte del Villanova Monteleone storico, un’area che conserva memoria di insediamenti millenari, chiese campestri e paesaggi agricoli intatti. È un luogo dove la vita scorre lenta e autentica, scandita dai ritmi della terra e dalle tradizioni.

Il Borgo di Romana

Nonostante il nome possa far pensare a un legame con i discendenti di Romolo, Romana nel Medioevo rappresentava un importante punto di sosta per i pellegrini diretti alla grotta di San Lussorio. Secondo la tradizione, il martire vi trovò rifugio per sfuggire alle persecuzioni, e sulle rocce che lo ospitarono fu costruito un santuario campestre, dove ogni anno si celebra una festa nel mese di agosto.

Lungo il percorso si incontrano la chiesa di Santu Giolzi e il santuario di Santa Maria Ispidale, mentre la parrocchiale dedicata alla Madonna degli Angeli, edificata nel Cinquecento, si trova all’interno del paese. Nella valle di Santu Giagu è presente un complesso di grotte naturali, tra cui spicca per bellezza quella di Inghiltidolzu.

Il borgo si sviluppa su una piattaforma di origine vulcanica, ricca di sedimenti minerali. La comunità locale è accogliente e legata alle tradizioni, con particolare attenzione alla produzione del pane e ai sapori tipici della vita rurale, che è possibile riscoprire nei migliori agriturismi della zona.

Storia di Romana 

Il territorio fu abitato già in epoca nuragica, come testimoniano la presenza di numerosi nuraghi.

Nel Medioevo, l’area faceva parte del giudicato di Torres e rientrava nella curatoria di Caputabbas. Alla fine del giudicato, nel 1259, passò sotto il controllo della famiglia genovese dei Doria; intorno al 1350 subì poi la conquista aragonese. Successivamente, il paese venne incluso nella contea di Monteleone, feudo dei Brunengo, da cui fu riscattato nel 1839 in seguito all’abolizione del sistema feudale.

Da Vedere a Romana 

Chiesa parrocchiale Madonna degli Angeli

Costruita nel XVI secolo in stile tardogotico, la chiesa ha subito importanti interventi di ristrutturazione nel XVIII secolo, periodo in cui fu eretto il campanile, una torre quadrata sormontata da una cuspide. Nel corso dei secoli successivi l’edificio è stato oggetto di ulteriori interventi che ne hanno consolidato e arricchito la struttura. Oggi la chiesa si affaccia su una piazza soleggiata nel cuore del paese e presenta una facciata ampia e imponente, caratterizzata da un rosone e da un timpano posto sopra il portale d’ingresso.

Chiesetta romanica Santa Croce

La chiesa di Santa Croce, edificata nel XVI secolo in stile tardogotico, è stata successivamente interessata da interventi di ristrutturazione. La facciata, semplice e a capanna, presenta un portale scolpito in arenaria con colonne laterali dotate di capitelli decorati da motivi vegetali e geometrici; il portale è sormontato da un timpano ornato da motivi fogliacei in rilievo, mentre in sommità si apre un oculo circolare. Sul prospetto laterale sinistro è visibile una lastra di arenaria con iscrizione e data 1557, probabilmente riferibile alla costruzione della chiesa e originariamente architrave di una porta laterale oggi occultata. L’edificio fu verosimilmente realizzato per iniziativa della Confraternita di Santa Croce, già attiva in epoca precedente. Attualmente la chiesa ospita alcune delle solenni funzioni della Settimana Santa.

Chiesa di San Lussorio

A nord dell’abitato, su un’altura nei pressi della valle di Badde Mudascu, sorge il santuario rupestre dedicato a San Lussorio. Originario di Carales, Lussorio, inizialmente pagano, si convertì al Cristianesimo e ricevette il battesimo; denunciato al praeses Delfius, rifiutò di abiurare la nuova fede e fu arrestato. Durante la prigionia incontrò e convertì Cesello e Camerino, che furono martirizzati insieme a lui. Le sue spoglie furono deposte in un’area cimiteriale fuori da Forum Traiani (l’attuale Fordongianus), dove si trova un luogo di culto semi ipogeico che, secondo la tradizione, coinciderebbe con il luogo della sua decapitazione. Si ritiene inoltre che San Lussorio abbia vissuto un periodo di vita eremitica presso questo santuario. Il sito, modificato nel corso delle epoche successive, è oggi accessibile attraverso un portico a cinque arcate risalente al XVII secolo. All’interno, la cavità naturale è adattata al culto con una volta a botte irregolare. Sulla parete sinistra si trova il pulpito, mentre sul fondo è collocato il presbiterio con quattro statue raffiguranti San Lussorio e i suoi compagni, oltre a una statua del santo in abiti episcopali. Un’apertura laterale conduce infine a un ambiente retrostante con due nicchie, probabilmente destinate alla funzione di abside.

Chiesa campestre seicentesca Santa Maria de s’Ispidale

La chiesa di Santa Maria de S’Ispidale sorge su un’altura nella parte sud-occidentale del territorio comunale di Romana. Citata in fonti del XVII secolo tra i beni della precettoria gerosolimitana di San Leonardo di Sette Fontane presso Santu Lussurgiu, presenta una datazione incerta, ricostruita attraverso l’analisi formale dell’edificio. La chiesa ha un impianto longitudinale mononavato di 7×4 metri, con orientamento perfetto, e una muratura che alterna grandi conci squadrati a pietre di dimensioni minori e meno lavorate. Recenti interventi di restauro hanno interessato la facciata e i fianchi. Il prospetto, sobrio ed essenziale, è caratterizzato da un portale architravato sormontato da una luce cruciforme, allineata con il campanile a vela posto sopra gli spioventi; una croce analoga è visibile nella parte posteriore, dove l’abside non è più conservata. L’interno è coperto da una volta a botte. L’analisi architettonica suggerisce una datazione al XII secolo, inserendo l’edificio nel contesto delle chiese romaniche diffuse in Sardegna, come San Pietro di Onanì, San Lorenzo di Rebeccu e San Nicola di Trullas. La tradizione locale ipotizza infine un legame con un antico monastero o ospedale, suggerito anche dal toponimo.

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